Gay denuncia: «Aggredito da un buttafuori»
Un omosessuale ha denunciato a «Gay Help Line», un numero verde per le persone lesbiche, gay e trans, di essere stato aggredito, immotivatamente, a Roma, dalla security di un locale nei pressi della Piramide, nella notte tra il 24 ed il 25 gennaio mentre trascorreva la serata con il suo ragazzo e altri amici. Lo ha reso noto l’Arcigay di Roma sottolineando che l’uomo, un funzionario pubblico, ha subito fratture e contusioni giudicate guaribili in 30 giorni. Gli aggressori sarebbero alcuni componenti della security del locale che, secondo il suo racconto, dopo averlo pesantemente insultato, urlandogli frasi come «Frocio di merda, ti facciamo vedere noi, ti pentirai di essere entrato», lo hanno colpito con un oggetto contundente e portato in una parte riservata del locale dove lo hanno percosso con calci e pugni, procurandogli la frattura di un braccio, la rottura di un dente, la contusione di alcune costole e tagli sulla testa e sul labbro. La vittima sarebbe stata poi trasportata e lasciata sul marciapiede sotto la pioggia e solo l’intervento dei suoi amici ha permesso di chiamare un’ambulanza e la polizia. Arcigay ha reso noto di aver sporto denuncia e ha proposto che la legge Mancino sia estesa ai «reati di odio», contro gay e lesbiche. «Questa aggressione è solo l’ennesimo episodio di violenza – ha detto il responsabile di Gay Help Line e presidente Arcigay Roma Fabrizio Marrazzo – che registriamo al nostro numero verde.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=324919
la parola ai lettori
2 SPIONAGGIOIl Garante della privacy,le reti e le banche datiNell’intervista concessa a Stefano Zurlo (Il Giornale, 27 gennaio), Giovanni Aliquò fa affermazioni, sulla presunta «debolezza» del Garante della Privacy nei confronti di consulenti, investigatori privati e «altre figure oblique», che necessitano di qualche precisazione. Secondo il presidente dell’Associazione nazionale funzionari di polizia, il Garante «non si sarebbe accorto per anni di quel che stava succedendo di archivi creati fuori del controllo della legalità». È bene ricordare allora, ad Aliquò e ai lettori, che l’Autorità per la privacy nel giugno 2008, quando ancora non era scoppiato lo scandalo dell’archivio Genchi, ha adottato un provvedimento che pone in capo ai periti e ai consulenti dei magistrati una serie di rigorosi obblighi: nelle informative rese al magistrato il consulente deve inserire solo i dati necessari per adempiere all’incarico ricevuto; deve conservare le informazioni raccolte solo per un periodo determinato; l’eventuale utilizzo incrociato dei dati è consentito solo se chiaramente collegato alle indagini che sono state delegate e se autorizzato dalle singole autorità giudiziarie interessate. Questo dimostra, ove fosse necessario, che l’Autorità è impegnata da anni nella tutela dei cittadini e nella messa in sicurezza delle banche dati, sia sul fronte pubblico (Ced del Dipartimento di Ps e Anagrafe tributaria per primi), sia su quello privato, con particolare riguardo alle società telefoniche, agli «amministratori di sistema», figure essenziali per la sicurezza delle reti aziendali, o appunto agli archivi dei consulenti dei magistrati.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=324864
Quanta gente vuol far vivere la sua Eluana
Seguo come tanti, quanto riguarda i cosiddetto caso Eluana Englaro. Ognuno dice la sua e mi ritorna alla mente un proverbio che il pastore sardo era solito dire dinanzi a situazioni del genere Chentu concas, chentu berrittas (Cento teste, cento berretti).Purtroppo persone che vivono la tragedia della sfortunata Eluana penso ve ne siano altre, direi tante, con il corpo immobilizzato, nessun movimento, non parlano, non deglutiscono, respirano con delle macchine a cui sono attaccati con dei tubi piccoli o grandi che siano.I parenti di queste persone, ripeto sfortunate, non mi pare che si comportino come gli Englaro, a cui senza alcun dubbio vanno rispettati per il dolore che stanno vivendo, ma non mi pare che a loro diano fastidio. Mi pare che ogni famiglia che vive una tragedia come questa la vive, la rispetta senza accanimento. Rispettano il diritto dei loro cari alla «vita» il loro diritto di ricevere cure e amore, nella loro tragedia. E queste persone non hanno mai pensato di staccare la spina, di fermare le macchine o quanto possa tenerli in vita. Tutto questo perché per loro, il loro caro «esiste» è «vivo».Quante testimonianze vi sono in merito. Essi vanno incontro ai loro cari che soffrono con quanto è necessario per tenerli in vita, dagli infermieri, ai fisioterapisti, al materiale che serve per la necessità. Fanno di tutto perché continuino a vivere.Certo anche questo ha un costo e al riguardo non mi pare che chi vive queste tragedie sia lasciato solo.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=324948
Chi è
Figlio dello scultore Giannino si è laureato al Politecnico di Milano nel ’44. Nel ’56 è tra i fondatori dell’associazione italiana del Disegno industriale. Si occupa della ricostruzione postbellica del Palazzo della Permanente e, tra il ’55 e il ’79, vince 7 premi Compasso d’oro. Numerosi anche i premi vinti alla Triennale. Nel 1968 inizia a insegnare al Politecnico di Torino e poi, dal 1980, anche a Milano. Lo studio in piazza Castello, dove ha lavorato dal ’62 alla sua morte (2002), è oggi un museo.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=303091
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